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Falliment adottivi 

"Fallimento adottivo" drammaticamente significa che tanti bambini italiani e stranieri vengono riportati in Comunità perché i genitori adottivi non ce la fanno e gettano la spugna. Sono storie per lo più avvolte dal silenzio e che in maggioranza si perdono nella grande marea dei fascicoli civili aperti in Tribunale. Fanno eccezione quelle situazioni, in cui il fascicolo di adozione viene riaperto o aperto per i casi dell’adozione internazionale, e si tenta un nuovo abbinamento. Altrimenti restano storie avvolte dal silenzio, con permanenze lunghe in Comunità, sporadici rapporti con i genitori adottivi, magari solo per prolungare l’agonia di un rapporto che a 18 anni muore nel rancore o nell’oblio, lasciando un giovane adulto solo e senza radici.

Questo succede perché? Difficile tentare una risposta, forse si possono formulare delle ipotesi, cercando, dopo di parlarne tutti insieme. Probabilmente il perché ha le sue radici nel fatto che molti adulti arrivano impreparati ad un impresa così complicata come la genitorialità adottiva e scelgono l’adozione come rimedio per un figlio mai nato, dopo infiniti tentativi di fecondazione artificiale. Quando il bambino arriva in casa invece di comprendere i suoi bisogni, la sua storia, si tenta di far coincidere i propri sogni con quella persona fragile portatrice di una storia talvolta drammatica.
Si cerca un bambino che risarcisca di qualcosa, che aiuti a superare il dolore della sterilità. Invece, sempre di più ci si trova di fronte, nell'adozione internazionale a bambini grandi con una lunga storia di violenza famigliare prima e di istituto poi (caratterizzato da altrettanta violenza ed abbandono) o nell'adozione nazionale a bambini con vissuti pesanti di abbandono, maltrattamento e abuso e che provengono da percorsi tortuosi di ripetuti fallimentari tentativi di recupero della genitorialità biologica. Tentativi del resto doverosi e previsti dalla legge, sempre che non diventino una sorta di “accanimento terapeutico adultocentrico”.

È legittimo che il bambino porti la sofferenza della sua biografia all’interno della famiglia, storia che emerge con il passare del tempo e con l’acquisizione di fiducia verso le nuove figure genitoriali. E' proprio quando si fida che il bambino decide di raccontarsi, ma non sempre la famiglia è pronta ad accogliere queste rivelazioni e queste “storie”. In molti casi la rivelazione di abusi subiti, finiscono per i genitori per diventare ossessione, paura, controllo maniacale.

Molte volte si ha fretta che tutto si stabilizzi, che tutto vada per il meglio, si inizia col mandare quanto prima il bambino a scuola, si vuole magari un pò dimenticarsi che il proprio figlio è adottato, come a riempire il vuoto che si avverte, come per colmare dei buchi, forse per salvare una relazione di coppia già in crisi, mentre ancora prioritario per il piccolo è l’accudimento, le coccole, mentre bisognerebbe favorire la sua regressione.
Talvolta si affrettano moltissimo i tempi per una nuova genitorialità adottiva, mentre la prima non è ancora stabilizzata oppure arriva all' improvviso un figlio biologico

Il tempo la pazienza sono parole magiche, parole vincenti nella genitorialità adottiva.

Il bambino deve avere il tempo e lo spazio per mettere alla prova, per provocare, per regredire, per verificare se finalmente, ora, è veramente accolto per quello che è: semplicemente un bambino con la sua storia, la sua sofferenza ma anche il suo sorriso, la sua gioia, la sua voglia di vivere.

Ha bisogno del rispetto della sua identità eppure ancora oggi molti genitori, approfittando magari del battesimo, cambiano nome al bambino per meglio integrarlo, italianizzarlo.

Quasi sempre il bambino ha un forte desiderio di famiglia, è questo che lo porta ad essere quasi sempre pronto ad attaccarsi alla nuova famiglia.

Le resistenze molto spesso riguardano gli adulti: la genitorialità adottiva è fatta per persone empatiche, capaci di essere specchio per l’altro, capaci di accogliere, disponibili al cambiamento e alla messa in discussione. Bisogna essere malleabili per accogliere chi è capace di distruggere le tue certezze e qualche volta la tua pazienza, ma essere poi capaci e forti per costruire insieme nuove certezze, nuove storie. L’adozione non è per persone rigide, monolitiche, con idee troppo precise su famiglia ed educazione.

Famiglie chiuse nel proprio narcisismo sono solo una faccia comunque della medaglia dei fallimenti adottivi, l’altra riguarda anche ragazzini con una storia ed un passato troppo difficile e che rifiutano di mettersi in gioco in un'altra famiglia e qui subentra la responsabilità di chi segue questi minori: il Tribunale dei Minorenni, i Servizi sociali, le Comunità che accolgono i bambini e che devono accompagnarli nella consapevolezza della scelta adottiva. Molto spesso tanti pezzi di storia del bambino rimangono nel non detto, non vengono comunicati al Tribunale che deve decidere per il minore o che deve individuare la famiglia adeguata, molto spesso fratelli vivono separati nella stessa comunità o addirittura in comunità diverse, da molto tempo e poi si cerca in fretta di metterli insieme perché c’è il decreto di adattabilità e bisogna collocarli.

Altra responsabilità riguarda i Servizi che svolgono lo studio di coppia la loro capacità di verificare la tenuta dei coniugi, il loro reale desiderio e motivazione adottiva, la loro capacità empatica, affettiva, la loro flessibilità e disponibilità al cambiamento, ma soprattutto l’accompagnamento e il sostegno nel costruire e nel divenire della consapevolezza adottiva, sempre attivata in partenza dal naturale desiderio di essere genitori.

Fondamentale poi l’aiuto e il sostegno nei mesi e negli anni successivi all’arrivo del bambino: lo stare insieme aiuta a confrontarsi e a superare le difficoltà.


Maurizio Chierici giudice onorario Tribunale per i minorenni di Milano
A cura di: Anna Guerrieri
 

 



Da rame, Lunedì, 08 Marzo 2010 20:10, Commenti(0)
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